Ascolta l'ultima puntata del podcast

Milano-Cortina 2026: l’Italia corre… ma solo nei comunicati stampa



C’è qualcosa di profondamente olimpico nella nostra capacità di non finire le cose. Siamo imbattibili nel fare annunci, inaugurare cantieri e tagliare nastri provvisori. Ma quando arriva il momento di consegnare, sembriamo un atleta che inciampa ai 100 metri: spettacolari all’inizio, imbarazzanti al traguardo.

La Corte dei Conti parla chiaro: su 111 opere previste per Milano-Cortina 2026, 98 sono ancora da completare. Novantotto. Non due, non cinque: novantotto. Un record mondiale, e questa volta senza doping. Le Olimpiadi dovevano essere il simbolo di un’Italia che “funziona”. Invece rischiano di diventare il promemoria di un Paese che funziona male, ma con stile.

Il cronoprogramma elastico (made in Italy)

“Le opere saranno pronte nei tempi previsti”, ripetono i comunicati. Ma non specificano di quale calendario stiano parlando.
La società Simico, incaricata di gestire i lavori, ha un cronoprogramma che sembra scritto con una matita cancellabile: ogni mese si sposta un po’ più in là, come un miraggio nella neve.
Il bello è che nessuno si scandalizza. In fondo, i ritardi sono la nostra versione nazionale della resilienza.

Appalti olimpici, trasparenza paraolimpica

Nel 2024 il governo ha avuto un’idea geniale: rendere la Fondazione Milano-Cortina una fondazione di diritto privato. Tradotto: un soggetto meno trasparente, più difficile da controllare e soprattutto più comodo da gestire.
Il decreto è finito pure davanti alla Corte Costituzionale, perché  dettaglio  ha reso più complicato indagare su eventuali irregolarità.
Un capolavoro di creatività giuridica: quando la soluzione ai problemi di legalità è… limitare le inchieste.

Intanto la Procura di Milano indaga su turbativa d’asta e corruzione, mentre alcune imprese escluse per motivi etici ricompaiono magicamente come subappaltatrici.
È come espellere un calciatore per fallo da rosso diretto e ritrovarlo in campo con un’altra maglia cinque minuti dopo.

Sicurezza: si inaugura, poi si controlla

I trampolini della Val di Fiemme  quelli nuovi di zecca hanno già fatto parlare di sé per incidenti a pochi giorni dall’apertura.
Ma tranquilli: l’importante è che la cerimonia d’inaugurazione sia venuta bene.
In Italia, l’ordine delle priorità è chiaro: prima la foto col sindaco, poi il collaudo.
Gli atleti, del resto, sono dettagli tecnici.


Mafie, cantieri e deja-vu

A ottobre 2025 i Carabinieri hanno arrestato tre persone per tentata infiltrazione mafiosa negli appalti olimpici di Cortina.
La notizia ha sorpreso solo chi non vive in Italia: dove ci sono miliardi pubblici, ci sono anche i mafiosi con la valigetta.
E come sempre, le misure preventive arrivano dopo le prime manette.
La differenza tra noi e gli altri Paesi è semplice: loro progettano, noi indaghiamo.

Legacy o lascito?

Ogni comunicato istituzionale ripete la parola “legacy”. Ma a guardare i conti, più che eredità sembra una cambiale.
Gli enti locali rischiano di ritrovarsi con strutture costose da mantenere e zero fondi per farlo.
A Cortina già si sussurra che molti impianti diventeranno monumenti al buon proposito, perfetti per le cartoline e inutili per l’economia del territorio.
La Corte dei Conti parla di “rischio di opere non sostenibili dopo i Giochi”. Traduzione: dopo la festa, i cocci sono vostri.

Il grande debito bianco

I costi? Ovviamente esplosi.
Tra varianti, rincari e ritardi, il budget è ormai un ricordo nostalgico. Il governo ha già messo nuove risorse per “coprire i buchi” cioè per finanziare un evento che doveva autofinanziarsi.
Si chiama “Olimpiade sostenibile”, ma l’unica cosa sostenibile sembra la capacità di bruciare denaro pubblico con il sorriso.

Medaglia d’oro in ipocrisia

Milano-Cortina 2026 sarà probabilmente un successo televisivo. Le cerimonie saranno perfette, i commentatori patriottici, e la retorica del “ce l’abbiamo fatta” risuonerà ovunque.
Ma dietro la regia patinata resteranno i soliti scheletri: cantieri incompiuti, costi fuori controllo, decreti salva-imbarazzo e un futuro da pagare a rate.

L’Italia non ha bisogno di un’altra Olimpiade per dimostrare di essere brava. Ha bisogno di imparare a finire quello che inizia. Ma forse, se lo facesse, non sarebbe più così... italiana.