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Torino, Calma Apparente e manganelli Fumanti: il Trucco del Governo per non Parlare di Cose Serie

Scontri a torino il governo accende la miccia della propaganda e a farne la spesa sono gli agenti e i manifestanti pacifici

Torino, Calma Apparente e manganelli Fumanti: il Trucco del Governo per non Parlare di Cose Serie

Benvenuti all'ultimo spettacolo del nostro circo mediatico-governativo, dove il fumo dei lacrimogeni a Torino serve a nascondere l'arrosto (bruciato) dei problemi reali del Paese. Mentre la città della Mole si leccava le ferite dopo una giornata di ordinaria follia urbana, a Roma si stappava quello buono: la miccia della propaganda, accesa con la perizia di un artificiere di lungo corso, ha funzionato di nuovo. E a pagare il conto, come al solito, sono stati i manifestanti pacifici e, udite udite, quegli stessi agenti mandati allo sbaraglio e poi usati come santini insanguinati per la narrazione tossica del "pericolo anarchico".

La cronaca è un copione già visto, un B-movie proiettato a reti unificate. Da una parte, un corteo pro-Palestina, con dentro di tutto: studenti, centri sociali, gente comune e, sì, anche qualche professionista del casino. Dall'altra, uno schieramento di forze dell'ordine in assetto da battaglia, pronte a difendere non si sa bene cosa, forse la sacralità di una via deserta o l'onore di un palazzo vuoto. In mezzo, il nulla cosmico del dialogo e della gestione politica.

Il risultato? Scontri, cariche, feriti. Un bollettino di guerra che ha fatto la gioia dei titolisti dei talk show. Secondo quanto riportato da fonti di stampa come La Stampa, il bilancio parla di dieci poliziotti del reparto mobile contusi e di un numero imprecisato di manifestanti con la testa rotta. Una manna dal cielo per il Ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, che non ha perso un secondo per indossare l'elmetto e partire lancia in resta contro i "violenti" e i "delinquenti travestiti da manifestanti", esprimendo la sua "solidarietà" agli agenti feriti.

Ed è qui che il capolavoro di marketing della paura prende forma. La strategia è semplice, quasi banale, ma sempre efficace. Primo: si prende un fatto di cronaca, lo si isola dal suo contesto (la crescente tensione sociale, le guerre alle porte, un'economia che fa acqua). Secondo: si martella sulla violenza di "pochi facinorosi", ignorando le ragioni della protesta di tanti. Terzo: si santificano gli agenti mandati a fare il lavoro sporco, trasformandoli in martiri dell'ordine costituito. Il gioco è fatto.

Mentre il dibattito pubblico si avvita sulla dinamica di una manganellata, nessuno parla più del perché quella gente era in piazza. Nessuno si interroga sulla politica estera del governo, sulle alleanze imbarazzanti, sul dramma umanitario a Gaza che, piaccia o no, smuove le coscienze. No, meglio parlare di "infiltrati" e "professionisti del disordine". D'altronde, come ha sottolineato il segretario del sindacato di Polizia Siulp di Torino, Eugenio Bravo, la tensione era palpabile e gli agenti si sono trovati a fronteggiare una situazione ad alto rischio. Vero. Ma chi ha creato le condizioni politiche per quella tensione? Chi soffia sul fuoco della contrapposizione per poi ergersi a pompiere?

Il governo, con la sua comunicazione muscolare, non fa altro che gettare benzina sul fuoco. Invece di gestire le piazze, le provoca. Invece di ascoltare il dissenso, lo criminalizza. E così, a farne le spese sono tutti. I manifestanti pacifici, che si vedono etichettati come terroristi e si prendono legnate gratuite. E gli stessi poliziotti, mandati in prima linea con scudi e manganelli a gestire problemi che la politica non sa o non vuole risolvere, trasformati in parafulmini dell'incapacità altrui.

La solidarietà bipartisan alle forze dell'ordine, dal centrodestra al cosiddetto centrosinistra, è la ciliegina rancida su questa torta di ipocrisia. Un applauso unanime che serve solo a coprire il rumore delle proprie mancanze. Perché è molto più facile puntare il dito contro un ragazzo con il cappuccio che ammettere il fallimento delle proprie politiche.

Quindi, la prossima volta che vedrete le immagini di uno scontro di piazza, non cascateci. Non è una questione di ordine pubblico. È solo l'ultimo, disperato tentativo di un potere nudo di distrarvi, di cambiare discorso. È la solita, vecchia, sporca guerra di propaganda. E le uniche vittime reali sono quelle che sanguinano sull'asfalto, da una parte e dall'altra della barricata.


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