Anatomia di uno spettro: elogio della Manina, creatura mitologica dei Palazzi romani
Nei corridoi del potere non si aggira il comunismo, ma un poltergeist con la passione per i commi e i codicilli.
C'è una bestia che infesta i sogni (e gli incubi) dei nostri onorevoli, un fantasma che si materializza nottetempo tra i faldoni della Gazzetta Ufficiale e i testi bollinati dalla Ragioneria dello Stato. Non ha catene, ma un debole per l'inchiostro simpatico. Non ulula, ma sussurra modifiche. È la Manina parlamentare, creatura leggendaria, un po' Amico Fritz, un po' mostro di Loch Ness della politica italiana. Un'entità che tutti evocano, nessuno ha mai visto, ma di cui tutti, prima o poi, subiscono il tocco.
Una criptide della Prima Repubblica
Come ogni creatura mitologica che si rispetti, le sue origini si perdono nella nebbia. Gli studiosi di araldica transatlantica, come riporta un'analisi de Il Post, fanno risalire la prima apparizione certificata a un avvistamento di Bettino Craxi nell'ottobre del 1990. L'allora segretario del PSI la usò per descrivere misteriose fughe di notizie e documenti, ma fu subito chiaro che la Manina non era un semplice spiffero. Era qualcosa di più. Era un'intelligenza superiore, un'entità in grado di alterare la realtà, o almeno, la realtà dei decreti legge. Da quel momento, la sua fama è cresciuta, diventando un comodo sinonimo di complotto, un alibi perfetto per giustificare pasticci, ripensamenti e, soprattutto, norme scritte per favorire qualcuno senza darlo a vedere.
Avvistamenti recenti: dal Giglio Magico al balcone del Popolo
La Manina è una creatura ecumenica, non disdegna nessuna casacca. Ha danzato con tutti. Nel 2015, ad esempio, si prese una cotta per Matteo Renzi. Come ricostruito all'epoca, comparve a sorpresa una norma in un disegno di legge che alzava la soglia di non punibilità per alcuni reati fiscali. Una quisquilia che, guarda caso, avrebbe potuto favorire un certo Silvio Berlusconi. Quando il tanfo si fece insopportabile, fu lo stesso Renzi, con un atto di superbia degno di un semidio, a dichiarare in assemblea PD: «La manina è mia». Un'ammissione che trasformò il fantasma in un accessorio del potere, un'appendice del leader maximo.
Ma è con il governo del Cambiamento, l'epopea gialloverde, che la Manina ha vissuto una seconda giovinezza. Ricordate la "pace fiscale" del primo esecutivo Conte? Luigi Di Maio, affacciato al balcone con la spavalderia di chi ha abolito la povertà, si accorse che nel testo del decreto fiscale, come documentato da AGI e altre testate, era spuntato uno scudo che ammorbidiva le pene per riciclaggio e auto-riciclaggio. Apriti cielo. "C'è una manina che ha cambiato il testo!", tuonò il vicepremier, puntando il dito contro i tecnici del MEF, poi verso gli alleati leghisti, in un vortice di accuse che lasciò l'opinione pubblica con la stessa espressione di chi guarda una partita di ping-pong tra due camaleonti.
Il tocco dello Scudo e la magia dei condoni
La specialità della casa, il filetto alla Manina, è senza dubbio la materia fiscale. È lì che questa creatura dà il meglio di sé. Lo "scudo fiscale" del 2009, varato dal governo Berlusconi IV, è considerato uno dei suoi capolavori. Presentato come un'occasione per far rientrare capitali dall'estero e sostenere l'economia, si trasformò in un'amnistia mascherata, come denunciarono le opposizioni. Una manovra che, garantendo l'anonimato a chi riportava in patria i tesori, strizzava l'occhio a evasori e, secondo i più maligni, anche a capitali di dubbia provenienza.
Anche il governo Conte I, nonostante le accuse di Di Maio, non fu da meno. La sua "pace fiscale" del 2018, come ha ricordato Pagella Politica, introdusse un condono che prevedeva la cancellazione automatica delle cartelle esattoriali fino a mille euro relative al periodo 2000-2010. Una misura che, al di là delle nobili intenzioni di aiutare i contribuenti in difficoltà, mandava un messaggio chiaro: in Italia, a volte, non pagare conviene.
L'anatomia di un fantasma: perché esiste la Manina?
La Manina non è un semplice errore di battitura, né la sbadataggine di un funzionario. È un meccanismo. È il prodotto di un sistema politico dove le leggi non si scrivono, si negoziano al ribasso; dove i provvedimenti nascono già zoppi, frutto di compromessi notturni e scambi di favori. È l'incarnazione spettrale della mancanza di trasparenza, il vero inquilino di Palazzo Chigi. Si nutre di decreti d'urgenza, di maxiemendamenti blindati dalla fiducia e di quella zona grigia tra potere politico e burocrazia dove tutto è possibile, soprattutto ciò che non si dovrebbe fare.
Esiste perché serve un colpevole che non abbia un volto, un capro espiatorio invisibile su cui scaricare le porcate che nessuno ha il coraggio di rivendicare alla luce del sole. È la versione istituzionale del "cane che mi ha mangiato i compiti".
La verità è che la Manina non esiste. O meglio, esiste in ognuno di loro. È l'ombra delle loro stesse mani, l'impronta digitale lasciata sui patti inconfessabili. E continuerà a infestare i nostri decreti finché non accenderemo la luce. Ma a chi conviene, poi, accendere la luce in una stanza piena di fantasmi?
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