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Mani di Fata sulla Manovra: L'Oro del Popolo e il Sacro Graal del Sovranismo Spicciolo

Oro della banca d'italia e l'ultimo ddl che cerca di metterci le mani sopra nella manovra di bilancio

Mani di Fata sulla Manovra: L'Oro del Popolo e il Sacro Graal del Sovranismo Spicciolo

Tra blitz notturni in commissione Bilancio e sogni di un tesoro da Prima Repubblica, il governo riscopre la passione per i lingotti. Peccato che a Bruxelles abbiano già messo il lucchetto al forziere. E le chiavi, ovviamente, non ce le danno.

Signore e signori, tenetevi forte perché la politica italiana ha appena riscoperto il suo feticcio preferito, più eccitante di un talk show di prima serata e più luccicante di un anello di diamanti tarocco: l’oro della Banca d’Italia. Un tesoro da favola che, come riporta la stessa Bankitalia, ammonta a 2.452 tonnellate, facendoci guadagnare una medaglia di bronzo mondiale, subito dopo gli Stati Uniti e la Germania. Un patrimonio che, grazie al rally delle quotazioni, ha quasi raggiunto i 300 miliardi di euro, come sottolinea un recente articolo de "La Legge per Tutti". E cosa fa la nostra classe dirigente di fronte a cotanta manna? Invece di risolvere i problemi reali del Paese, riesuma il vecchio sogno bagnato del sovranismo: mettere le mani sul malloppo.

L'Emendamento "Mani d'Oro": Un Tocco di Populismo in Manovra

Nel cuore della notte, mentre i comuni mortali erano impegnati a sognare la pensione, in commissione Bilancio del Senato si è consumato il "blitz", come lo definisce la stampa. Un emendamento fulmineo, firmato dal capogruppo di Fratelli d'Italia Lucio Malan, che con una riga secca e perentoria dichiara: "Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo italiano". Applausi. Sipario. Peccato che, come fa notare l'ex direttore generale di Bankitalia Salvatore Rossi su La Stampa, l'oro sia già, di fatto, della nazione. La Banca d'Italia, infatti, è un istituto di diritto pubblico. Ma volete mettere la poesia di scriverlo nero su bianco in una legge di bilancio? È come se il governo avesse scoperto che il Colosseo è a Roma e avesse deciso di proporre una legge per ufficializzarlo.

La Storia Infinita del Tesoro: da Mussolini a Giorgia, Passando per Tremonti

Questa caccia all'oro non è certo una novità. È un tormentone che si ripresenta ciclicamente, come le zanzare d'estate. La storia delle nostre riserve auree è a dir poco avventurosa, con tanto di sottrazione da parte dei nazisti dopo l'8 settembre 1943, come ricostruito da Numismatica Ranieri. Nel dopoguerra, grazie al boom economico, i lingotti sono tornati a splendere. Da allora, ogni governo in difficoltà ha provato a fare il colpaccio. Ci provò Prodi nel 2007, fermato dalla BCE. Ci riprovò Berlusconi con il fido Tremonti nel 2009. E come dimenticare i sogni di gloria del governo gialloverde, con Borghi e Bagnai in prima linea a chiedere la "nazionalizzazione" del tesoro? Ora tocca a Giorgia Meloni, che già nel 2014, dai banchi dell'opposizione, invocava la "proprietà popolare" dell'oro. Una coerenza che quasi commuove.

L'Europa ci Guarda: il Richiamo della Foresta (di Francoforte)

Il problema, come sempre, è che non siamo soli in questo condominio chiamato Europa. Come riportato da diverse testate, tra cui Il Foglio e Money.it, la mossa del governo italiano rischia di aprire un conflitto istituzionale con la Banca Centrale Europea. I trattati europei, infatti, sono chiari: la gestione delle riserve ufficiali è competenza esclusiva delle banche centrali per garantire la stabilità monetaria. A Francoforte, il dossier è seguito con "massima attenzione" e, sebbene non ci siano commenti ufficiali, è palese che la BCE non gradisca ingerenze. L'emendamento Malan, in pratica, è un modo elegante per dire all'Europa: "L'oro è mio e lo gestisco io". Una dichiarazione di sovranità che a Bruxelles suona come una bestemmia in cattedrale.

Dove sono i Lingotti? Il Mistero di Fort Knox e il Sovranismo a Metà

Ma il vero paradosso di questa crociata sovranista è un altro. Mentre a Roma ci si azzuffa sulla proprietà giuridica dei lingotti, una buona parte del nostro oro non è neanche in Italia. Come documentato dalla stessa Banca d'Italia, quasi la metà delle riserve è custodita a Fort Knox, negli Stati Uniti, con altre quote a Berna e Londra. Una scelta dettata da ragioni storiche e di sicurezza, risalente ai tempi della Guerra Fredda. Ma oggi, con un mondo che cambia, non sarebbe forse più "sovranista" chiedere il rimpatrio dei lingotti, come suggerisce qualcuno? Troppo complicato, forse. Meglio una bella legge spot, che non costa nulla e regala un brivido di onnipotenza.

Chiusura in "Goldfinger"

Alla fine della fiera, questa corsa all'oro assomiglia più a una sceneggiata che a una strategia economica. Un'operazione di pura propaganda, una "vecchia bandierina ideologica", come la definisce il senatore del PD Antonio Misiani, per distrarre l'opinione pubblica dai problemi reali di una manovra finanziaria "senza anima e senza coraggio", per usare le parole di Francesco Boccia. L'oro del popolo, per ora, resta dov'è: una garanzia di stabilità del sistema, un totem intoccabile che fa gola a molti ma che nessuno, per fortuna o purtroppo, può davvero toccare. E mentre il governo gioca a fare Goldfinger, gli italiani restano a guardare, sperando che, prima o poi, qualcuno si ricordi che non di solo oro vive l'uomo. Ma anche di sanità, lavoro e futuro. Dettagli, evidentemente.

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