Ascolta l'ultima puntata del podcast

Santa Beneficenza! A Genova i Pacchi per Gaza Erano Imbottiti di Euro per Hamas

Soldi della beneficenza per finanziare Hamas, 9 arresti a Genova: c'è anche presidente associazione palestinesi in Italia cosa c'è di vero e perchè senza processo sono subito colpevoli

Santa Beneficenza! A Genova i Pacchi per Gaza Erano Imbottiti di Euro per Hamas. O Almeno Così Dice la Procura (e il Governo Applaude Già la Sentenza)

Tuoni e fulmini sulla Superba. No, non è l'ennesima allerta meteo, ma il tintinnar di manette che scuote la Procura di Genova. Nove arresti, di cui sette eseguiti, in un'operazione che profuma di polvere da sparo mediatica e che ha già trovato i suoi colpevoli prima ancora di aver visto un'aula di tribunale. L'accusa, pesantissima, è di quelle che fanno tremare i polsi e vendere i giornali: associazione con finalità di terrorismo. Il malloppo? Circa sette milioni di euro, raccolti tramite associazioni sedicenti benefiche e spediti, secondo l'accusa, non a vedove e orfani palestinesi, ma direttamente nelle casse di Hamas.

Al centro del ciclone, come un Califfo in Riviera, c'è Mohammad Hannoun, 63 anni, architetto e, soprattutto, presidente dell'Associazione dei Palestinesi in Italia. Un volto noto, già avvistato in Parlamento e attivissimo nelle piazze pro-Gaza. Per gli inquirenti della Direzione Distrettuale Antimafia e Antiterrorismo di Genova, che hanno lavorato a braccetto con la Guardia di Finanza e la Polizia di Stato, Hannoun non era un semplice filantropo, ma il "vertice della cellula italiana" di Hamas, un "membro del comparto estero dell'organizzazione terroristica". Roba da far impallidire una sceneggiatura di Netflix.

La trama, svelata dalle carte dell'inchiesta, è un dedalo di associazioni dai nomi rassicuranti: l'"Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese" (ABSpp), "La Cupola d'Oro" a Milano, "La Palma". Un network che, stando a quanto riporta l'agenzia AGI, avrebbe contatti internazionali in Olanda, Austria, Francia e Inghilterra. L'indagine, partita da segnalazioni di operazioni finanziarie sospette, dipinge un quadro in cui oltre il 70% dei fondi raccolti per "fini umanitari" avrebbe preso il volo per finanziare direttamente il movimento islamista o enti ad esso collegati.

IL GRAN CIRCO DELLA POLITICA: COLPEVOLI SUBITO, PROCESSO FORSE

E mentre la presunzione di innocenza, quella vecchia signora un po' acciaccata che abita all'articolo 27 della Costituzione, veniva messa a dormire con un sonnifero, il coro della politica si è alzato, unanime e tonante. La premier Giorgia Meloni ha subito espresso "apprezzamento e soddisfazione". Le fa eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che si è congratulato con il collega degli Interni per aver "smantellato una organizzazione che finanziava Hamas dall'Italia".

Il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, pur concedendo una "doverosa presunzione di innocenza", ha chiosato che "è stato squarciato il velo" su attività che, "dietro il paravento di iniziative a favore delle popolazioni palestinesi, celavano il sostegno a organizzazioni con vere e proprie finalità terroristiche". Insomma, grazie di avercelo ricordato, signor Ministro, ma il verdetto sembra già scritto e firmato. Persino da Israele, come riporta il quotidiano La Repubblica, sono arrivati i complimenti per quello che viene definito "un passo importante nella lotta contro il terrorismo di Hamas".

Ma in questo tripudio di certezze granitiche, qualche nota stonata si leva dal loggione. L'avvocato di Hannoun, citato da Sky TG24, gela gli entusiasmi: "Le interpretazioni della Procura sembrano aderire a quelle di Israele, bisognerà valutare qual è la corretta interpretazione". Una frase che suona come un petardo in una biblioteca.

E dalla politica, le voci critiche non mancano. Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista parla senza mezzi termini di "criminalizzazione della solidarietà con la Palestina", ricordando come per Tel Aviv anche l'UNRWA, l'agenzia ONU, sia praticamente una filiale di Hamas. Gli fa eco Angelo Bonelli di Europa Verde, che tuona contro l'"orribile equazione secondo cui chi manifesta per la pace sarebbe amico dei terroristi".

PROCESSO MEDIATICO E CARCERE PREVENTIVO: IL SOLITO VIZIETTO ITALIANO

Ecco il punto. Mentre i telegiornali mandano in loop le immagini degli arresti e i politici banchettano sul cadavere (mediatico) dei presunti colpevoli, ci si dimentica di un piccolo, insignificante dettaglio: il processo. In Italia, come ci ricorda spesso il Ministro della Giustizia Carlo Nordio quando parla delle sue riforme, la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere l'extrema ratio, non la regola. Eppure, per i nove indagati è scattata subito la misura più dura.

La legge italiana, e persino una direttiva europea (la 343/2016), insiste tanto su questo principio della "presunzione di non colpevolezza". Ma sembra che, quando l'accusa è "terrorismo" e il contesto è quello palestinese, il garantismo diventi un lusso che non possiamo permetterci. La sentenza è già emessa in diretta TV, il dibattito pubblico si infiamma e la giustizia, quella vera, lenta e complessa, resta a guardare.

Persino i procuratori di Genova e della Direzione Nazionale Antimafia, in una nota congiunta riportata da diverse testate, hanno sentito il bisogno di precisare una cosa quasi surreale: che questa indagine "non può in alcun modo togliere rilievo ai crimini commessi ai danni della popolazione palestinese" da Israele, ma che al tempo stesso "tali crimini non possono giustificare gli atti di terrorismo" di Hamas. Una contorsione verbale che la dice lunga sul campo minato in cui si sta camminando.

Resta da vedere cosa emergerà dalle aule di un tribunale. Ma una cosa è certa: la partita mediatica e politica è già stata vinta. E in questo gioco, la verità è spesso la prima, e unica, vittima. Il resto è solo rumore di fondo. O, per dirla tutta, il solito, vecchio, rassicurante tritacarne all'italiana. Sipario.


© 2025 Assistente Malpagato