SOVRANISTI A GEOMETRIA VARIABILE: LA LEGA SCOPRE L'AMORE PER I CONFINI (ALTRUI) E APPLAUDE LO ZIO SAM
Aria di cortocircuito sull'asse Roma-Bruxelles-Washington. In questo Natale di panettoni indigesti e tensioni geopolitiche, va in scena un dramma che neanche a Hollywood. Da una parte, l'America di The Donald che sbatte la porta in faccia a un pezzo da novanta dell'eurocrazia. Dall'altra, i paladini del "Padroni a casa nostra!" che, udite udite, si spellano le mani per i padroni di casa altrui. Un capolavoro di coerenza che meriterebbe un master ad Harvard, o forse un TSO a Pontida.
La miccia che ha fatto esplodere questo casino transatlantico ha un nome e un cognome: Thierry Breton. Per chi non bazzicasse i corridoi umidicci di Bruxelles, trattasi dell'ex commissario europeo al Mercato interno, il francese che si è messo in testa di dare una regolata allo strapotere delle Big Tech americane. Un sceriffo digitale, come lo chiamano, che con il suo Digital Services Act (DSA) ha provato a dire a Musk e soci che l'internet non è il loro saloon privato. Apriti cielo. L'amministrazione USA, con una mossa degna del miglior maccartismo 2.0, ha negato il visto d'ingresso a lui e ad altri quattro "censori" europei. La motivazione, sparata via social dal Segretario di Stato Marco Rubio, è da antologia del complotto: avrebbero cercato di "costringere" le piattaforme americane a censurare opinioni. Tradotto: giù le mani dalle nostre creature digitali, cari eurocrati.
Mentre da Parigi a Berlino partivano condanne sdegnate per l'attacco "inaccettabile" all'autonomia europea, e mentre da Palazzo Chigi si levava un silenzio assordante, ecco che dal profondo Nord è arrivato il colpo di genio. La Lega. Proprio loro, gli alfieri del "prima gli italiani", quelli che per un gommone alla deriva scatenano crisi di governo, hanno partorito una nota stampa che è già cult. "A differenza dell'Europa, incapace di difendere sé stessa e i propri cittadini, gli Stati Uniti decidono di mettere regole stabilendo chi far entrare e chi no", tuona il Carroccio, come riportato da Adnkronos e praticamente chiunque abbia ancora la forza di leggere i comunicati politici.
Avete letto bene. I professionisti del blocco navale oggi si ergono a ultrà della sovranità a stelle e strisce. Una giravolta che neanche la migliore ginnasta sovietica. La stessa Lega che si dice "orgogliosa di essere l'unico partito ad aver votato contro il Digital Services Act voluto da un pugno di burocrati di Bruxelles", bollandolo come "l'anticamera della censura, una vera e propria legge-bavaglio europea". D'un tratto, il nemico non è più l'Europa matrigna, ma il burocrate che osa chiedere a X (fu Twitter) di togliere un po' di fake news e discorsi d'odio. Breton, in pratica, è il nuovo Soros. Lo sceriffo cattivo che vuole impedire la libera circolazione del verbo trumpiano. E così, in un impeto di amore per la libertà (d'insulto), i nostri sovranisti si sono trasformati nei più fedeli maggiordomi di Washington.
La vicenda, che Breton ha liquidato con sarcasmo evocando la "caccia alle streghe di McCarthy", svela una crepa profonda nel governo e nella destra italiana. Da una parte Meloni che tenta faticosamente di accreditarsi come atlantista affidabile, dall'altra Salvini che non perde occasione per strizzare l'occhio al suo vecchio amico Donald, che sia per un processo Open Arms o per un visto negato.
Il risultato è un'Italia afona, con il governo muto e il suo secondo partito che applaude una decisione che umilia l'intera Unione Europea. È il sovranismo à la carte: si sbraita per difendere i confini di Ventimiglia, ma si esulta se gli USA fortificano i loro contro i nostri alleati. Perché in fondo, come insegna la politica moderna, la coerenza è roba da sfigati. L'importante è scegliere il padrone giusto. E che sia a Mosca o a Washington, l'importante è che non sia a Bruxelles. Chapeau.
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