Stato Geriatrico vs. Libertà Adolescente: Askatasuna, l'ultimo rave prima del pensionamento
Tenetevi forte, perché la notizia è di quelle che fanno tremare i polsi (e le dentiere) del Potere. A Torino, la città-laboratorio per eccellenza, da sempre in bilico tra la vecchia borsa del nonno e la cresta del nipote, è andato in scena l'ultimo, geriatrico capriccio di uno Stato che ha più acciacchi che riforme nel cassetto: lo sgombero di Askatasuna. Che, per chi si fosse sintonizzato solo ora dal suo sonnellino pomeridiano, non è il nome dell'ultimo trapper in classifica, ma in basco significa "libertà". Una parola evidentemente indigesta per i palazzi romani, che preferiscono la più rassicurante "quiete". Quella dei cimiteri, s'intende.
La scena è da film, ma di quelli proiettati al circolo anziani. All'alba del 18 dicembre, un dispiegamento di forze che neanche per l'arresto di un boss di seconda fascia ha messo fine a quasi trent'anni di onorata occupazione. Il ministro dell'Interno, Matteo Piantedosi, ha immediatamente rivendicato l'operazione come un "segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza". Un'uscita che suona come quel nonno che, al pranzo di Natale, tuona contro i giovani che "non hanno più rispetto", mentre cerca di capire come si sblocca lo smartphone.
Ma quale violenza? Quella di un centro sociale che per decenni è stato un crocevia di cultura, politica e aggregazione in un quartiere, Vanchiglia, che altrimenti avrebbe rischiato la monocultura del posto auto a pagamento? Certo, ci sono stati scontri, come quelli seguiti al corteo di protesta, con cassonetti in fiamme e idranti a go-go. Ma, come ci insegna la storia, da Gandhi a Martin Luther King, la disobbedienza civile è il termometro della democrazia. Se si parte dal presupposto, ci ricorda la Treccani, che lo Stato non è infallibile, vigilare affinché non abusi del suo potere diventa un dovere. E quale vigilanza più efficace di una sana, rumorosa, incazzata protesta di piazza?
Il Rave della Discordia e lo Stato con l'artrite
Il punto è che questo governo, e in generale l'apparato statale italiano, sembra soffrire di una forma acuta di artrite ideologica. Di fronte a ogni movimento, a ogni forma di dissenso che non sia composta come una processione, la reazione è quella di un vecchio infastidito dal volume della musica dei vicini. L'approccio è sempre e solo repressivo, un riflesso pavloviano che tradisce un'incapacità cronica di comprendere la complessità del presente.
Non è un caso che una delle prime mosse di questo esecutivo sia stato il cosiddetto "decreto anti-rave", una norma talmente vaga da poter, secondo molti giuristi, criminalizzare qualsiasi forma di contestazione, dalle occupazioni studentesche in su. Una legge che, come notava all'epoca Valigia Blu, sembra più interessata a reprimere il dissenso che a gestire un problema di ordine pubblico. È il "diritto penale del nemico", come lo chiamano i fini analisti di settore: non si punisce un fatto, ma l'autore in quanto tale, il "cattivo" che non si allinea.
E così, lo sgombero di Askatasuna diventa un atto simbolico, quasi una puntura di Voltaren per placare i dolori di un sistema che si sente superato. Gli attivisti lo hanno gridato forte e chiaro: "Sgomberare Askatasuna è la volontà chiara di un governo fascista di contrastare le manifestazioni oceaniche per la Palestina". Un'operazione, insomma, per colpire chi alza la testa e, soprattutto, chi la fa alzare.
La Civiltà è un Concerto, non un Silenzio Assordante
In un Paese che invecchia, dove la partecipazione politica è ai minimi storici e la fiducia nelle istituzioni è più bassa del livello del Po in estate, una piazza che si riempie dovrebbe essere accolta come un miracolo. Dovrebbe essere studiata, capita, persino coccolata. Perché la protesta, anche quando assume forme aspre, è un motore di cambiamento, un sistema di allarme che segnala le crepe nel contratto sociale. I diritti di cui godiamo oggi, come ricorda Amnesty International, sono il frutto delle proteste di ieri.
Invece no. Si preferisce la desertificazione culturale, l'azzeramento di un'esperienza sociale in nome di una legalità formale che spesso fa rima con immobilismo. Si revoca un patto di collaborazione con il Comune di Torino per presunte irregolarità amministrative, un pretesto burocratico per una decisione squisitamente politica. È la vittoria della gerontocrazia che, non potendo più correre, pretende che tutti camminino piano.
Ma la storia, si sa, è un'adolescente ribelle. E come hanno urlato gli stessi ragazzi di Askatasuna: "Possono chiudere, sgomberare o arrestarci, ma ci troveranno sempre nelle strade". Perché la civiltà non è l'assenza di conflitto, ma la capacità di gestirlo. E uno Stato che risponde alle grida con i tappi per le orecchie e le manganellate non è uno Stato forte. È solo uno Stato troppo vecchio per capire che il futuro fa sempre un gran casino.
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