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Acca Larenzia: Il Salotto Nero, i Fantasmi e il Marketing del Martirio

Acca Larenzia la storia e i misteri di una vicenda ambigua che però piace così tanto alla destra

Acca Larenzia: Il Salotto Nero, i Fantasmi e il Marketing del Martirio

C'è un'agenda, a Roma, più puntuale del ciclo mestruale delle pariolone: è il 7 gennaio, data in cui la destra che conta e quella che vorrebbe contare si ritrova ad Acca Larenzia. Non per parlare di PNRR o di come salvare il paese dalla sua cronica cafonaggine, ma per mettere in scena un'opera buffa dal sapore funereo, un misto tra un film di Monicelli e una seduta spiritica finita male. Un rito stanco, quello del "presente!" urlato con il braccio teso, che puzza di naftalina e di un passato che si rifiuta di morire, un po' come l'aglio sulla pizza di Briatore.

Ma facciamo un passo indietro, per chi si fosse perso le puntate precedenti di questo polpettone in salsa nera. Anno di grazia 1978, l'Italia è una polveriera. Il 7 gennaio, davanti a una sede del Movimento Sociale Italiano nel quartiere Tuscolano, un commando che la mitologia vuole "rosso" apre il fuoco. Cadono due ragazzi del Fronte della Gioventù, Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta. Il primo secco, l'altro dopo una fuga disperata. La serata, già un capolavoro di violenza, si arricchisce di un altro colpo di scena: durante gli scontri che seguono, un terzo giovane, Stefano Recchioni, viene ucciso da un proiettile. Un proiettile vagante, si dirà, sparato da un Capitano dei Carabinieri, tanto per non farci mancare nulla.

Da qui in poi, il buio. Le indagini? Un disastro. Un labirinto di vicoli ciechi e depistaggi che manco in un romanzo di Sciascia. La rivendicazione, a nome di certi "Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale", suona credibile quanto una promessa elettorale di Calenda. Spunta persino una mitraglietta Skorpion, usata per la strage e poi ritrovata, guarda un po', in un covo delle Brigate Rosse a Milano. Un casino totale, insomma, che ha un solo, grande pregio: non avere colpevoli. E un mistero senza colpevoli, si sa, è il viagra della propaganda.

Ed è qui che la cronaca nera diventa marketing politico. Acca Larenzia è la "strage perfetta" per la narrazione della destra: dimenticata, ambigua, con le vittime giuste e i carnefici fantasma. È il santino da sventolare per gridare al mondo "i nostri morti sono di serie B!", il j'accuse perenne contro la "narrazione egemone" della sinistra. Un vittimismo che, come un buon vino d'annata, migliora con il tempo, diventando il collante identitario per una galassia che, senza un nemico (o un martire), non saprebbe che farsene del proprio tempo.

Ogni anno, la stessa liturgia. Centinaia di persone si radunano, immobili, quasi a formare una scenografia vivente per i telegiornali. Il silenzio, rotto solo da quel "presente!" che fa tanto adunata di Predappio, è il segnale che lo spettacolo è iniziato. E non importa se la giustizia, quella con la "G" maiuscola, sia solo un dettaglio. Anzi, meglio così. Un colpevole rovinerebbe la festa, toglierebbe quell'aura di martirio che tanto piace, che tanto vende.

La cosa veramente esilarante è che questa passione per Acca Larenzia è diventata un appuntamento fisso anche per le istituzioni. Vedere il Presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, deporre una corona di fiori nello stesso luogo dove poco dopo andrà in scena la parata neofascista, è un cortocircuito che fa quasi tenerezza. È il tentativo, goffo e un po' patetico, di normalizzare l'impresentabile, di trasformare un raduno di nostalgici in un momento di "memoria condivisa". Peccato che la memoria, qui, sia condivisa solo da una parte.

E mentre la politica si affanna a gettare acqua sul fuoco delle polemiche, con dichiarazioni che oscillano tra l'imbarazzo e l'apologia, la strada continua a parlare la sua lingua. Come riportato dalle cronache più recenti, la vigilia della commemorazione è stata segnata dall'aggressione a quattro ragazzi di Gioventù Nazionale, colpevoli di affiggere manifesti. Un segnale che l'odio, quello vero, non ha bisogno di anniversari per manifestarsi.

Acca Larenzia, in fondo, non è che uno specchio. Riflette le ambiguità di una destra che non ha mai fatto i conti fino in fondo con il proprio passato, che preferisce la mitologia alla storia, il martirio alla verità. È un brand, un logo, un hashtag perfetto per i social. Un prodotto virale che si autoalimenta di polemiche e indignazione, in un gioco delle parti che fa comodo a tutti. E che, puntualmente, ogni 7 gennaio, ci regala il miglior spettacolo di cabaret nero che la politica italiana possa offrire. Applausi. E braccia tese.

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