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Garante della Privacy vs. Report: Il Tribunale fischia la fine del match

Annullata la maximulta del Garante a Report sul caso Sangiuliano quando l'amichettismo perde sulla giustizia

Garante della Privacy vs. Report: Il Tribunale fischia la fine del match. E per l'Authority è un cappotto memorabile.

Suona il gong, signori. E dal ring del Tribunale civile di Roma esce un solo vincitore, con la cintura alzata e il sorriso sornione di chi l'ha sempre saputo. Sigfrido Ranucci e la sua ciurma di Report si portano a casa lo scalpo del Garante della Privacy, che invece rotola alle corde, tramortito da un gancio destro legale che fa più male di mille editoriali. La maximulta da 150mila euro per il caso Sangiuliano? Annullata. Puff. Sparita. Come un emendamento notturno in commissione bilancio.

Un trionfo, non c'è che dire. E non solo per la Rai, che si tiene in cassa il tesoretto, ma per quel giornalismo d'inchiesta che a certi piani alti vorrebbero disinnescare con il fioretto della privacy, manco fosse un ballo delle debuttanti e non il racconto crudo del potere. La sentenza, firmata dal giudice Corrado Bile, è musica per le orecchie di chi ancora crede che fare domande scomode sia un dovere, non un reato di lesa maestà.

Facciamo un passo indietro, altrimenti qui ci si perde nel labirinto dei codicilli. Ricordate? Report, nella puntata "Travolti da un insolito destino" dell'8 dicembre 2024, manda in onda un audio. Protagonisti: l'allora ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e la consorte, Federica Corsini. Oggetto del contendere: il contratto di una consulente, Maria Rosaria Boccia, che a quanto pare non doveva essere rinnovato per motivi che sembravano usciti da una sceneggiatura di Vanzina più che da un ministero della Repubblica.

Apriti cielo. L'ira funesta del ministro si abbatte sulla redazione. Scatta l'esposto al Garante, l'Authority che dovrebbe proteggere i nostri dati dalle fauci dei colossi del web e che, a tempo perso, si occupa pure delle beghe tra politici e giornalisti. E il Garante, zelante, che fa? Stanga Report con una multa che manco a un cartello della droga. Motivazione? Violazione della privacy, ovvio. Quel dialogo era privato, intimo, personale. Peccato che, come ha sentenziato il Tribunale, avesse una "sostanziale rilevanza pubblica". Eh già, perché se l'assegnazione di "alte cariche istituzionali" rischia di essere "influenzata da questioni di natura squisitamente personale", la notizia c'è. Eccome se c'è. È un dovere pubblicarla. Si chiama "interesse pubblico", e non è il titolo di un nuovo talent show.

Ma il bello deve ancora venire. La legnata più sonora, quella che fa vibrare le pareti di Piazza Venezia (sede del Garante), arriva sul piano procedurale. I giudici, con la delicatezza di un caterpillar, hanno fatto notare che l'Authority ha svolto le sue indagini "fuori i tempi stabiliti dalla legge". Tradotto dal legalese al linguaggio da bar sport: avete fatto tardi. Tardi! Come uno studente che consegna il compito in classe fuori tempo massimo. Una "tardività del provvedimento sanzionatorio" che, secondo il Tribunale, lede il diritto di difesa e puzza di inerzia. Un vizio di forma che è sostanza, e che fa crollare l'intero castello accusatorio. Come ha chiosato Ranucci sui social, con il ghigno di chi si gode la rivincita: "Il Garante ha sbagliato nei contenuti e nella forma". Applausi.

E così, non solo la multa è stata cancellata, ma il Garante si trova pure a dover pagare 5mila euro di spese legali alla Rai. Il danno e la beffa. Un autogol clamoroso che solleva qualche domanda, di quelle che a Report piacciono tanto. Chi paga per questi errori? Con quale leggerezza si tenta di mettere il bavaglio all'informazione a colpi di sanzioni, poi smontate dal primo giudice di passaggio?

Questa sentenza non è solo una vittoria per Ranucci. È una boccata d'ossigeno per tutti. Ci ricorda che il giornalismo d'inchiesta, quello che "ficca il naso" e usa l'audio originale "per veicolare il dato storico nella sua immediatezza", è un pilastro della democrazia. E che la privacy dei potenti finisce dove inizia l'interesse dei cittadini a sapere come viene gestita la cosa pubblica. Anche quando la gestione assomiglia a una telefonata un po' troppo accesa tra marito e moglie. Che il Garante se ne faccia una ragione e, la prossima volta, magari, guardi l'orologio.


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