Groenlandia, ultimo capriccio del Parrucchino: The Donald vuole l'isola per farci un campo da golf tra le terre rare e le nuove rotte polari
Diciamocelo, a The Donald è sempre piaciuto fare le cose in grande. Grattacieli, mogli, muri, ego. E ora, come un bambino viziato davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli geopolitici, ha puntato gli occhietti vispi sull'isola più grande del mondo: la Groenlandia. Un affarone immobiliare, sussurrano i suoi, un "real estate deal" con vista sul Polo Nord. Ma dietro la fanfaronata da palazzinaro in gita premio c'è molto, molto di più. C'è puzza di business, di guerra fredda 2.0 e, soprattutto, di un cinismo climatico che farebbe arrossire anche uno sceicco del petrolio.
L'idea non è nuova, sia chiaro. Già durante il suo primo, pirotecnico mandato, il nostro tycoon preferito aveva provato a staccare un assegno per l'isola, ricevendo un due di picche grande quanto un iceberg dalla Danimarca, che di fatto la controlla come un genitore anziano con un figlio scapestrato e pieno di debiti (ma con un tesoro in cantina). Ora, tornato in sella, ci riprova con la delicatezza di un elefante in una cristalleria, parlando apertamente di "sicurezza nazionale" e arrivando a non escludere l'uso della forza. La premier danese Mette Frederiksen, povera lei, ha già avvertito che un'azione militare contro un alleato NATO potrebbe far saltare tutto il baraccone post-bellico.
Ma perché tanta bramosia per questa landa desolata e ghiacciata? Semplice: sotto quel bianco accecante si nasconde il Bengodi del XXI secolo. Un rapporto dell'US Geological Survey, che non sono proprio gli ultimi arrivati, stima che lì sotto ci sia il 13% delle riserve mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas ancora da scoprire. Ma il vero piatto forte sono le cosiddette "terre rare", 17 elementi chimici dai nomi impronunciabili (neodimio, disprosio, praseodimio...) che però sono l'anima di ogni diavoleria tecnologica che ci portiamo in tasca o sogniamo di guidare: smartphone, batterie per auto elettriche, turbine eoliche. Praticamente, la Groenlandia è un gigantesco Apple Store sotto ghiaccio. E chi controlla oggi questo mercato? La Cina, ovviamente. Capito l'antifona? The Donald non vuole solo un'isola, vuole le chiavi della fabbrica di futuro, per smettere di dipendere da Pechino.
Ghiaccio bollente: l'autostrada artica e i fantasmi della Guerra Fredda
E qui entra in gioco il vero colpo di genio, la mossa da spregiudicato giocatore di Monopoli globale. Il riscaldamento globale, quello che per Trump è sempre stato una "bufala inventata dai cinesi", sta diventando il suo più grande alleato. L'Artico si sta scaldando quattro volte più velocemente del resto del pianeta e i ghiacci si sciolgono che è una bellezza. Tragedia per gli orsi polari, certo, ma una pacchia per le rotte commerciali. Gli scienziati prevedono che entro il 2035 l'Artico potrebbe essere libero dai ghiacci in estate, aprendo nuove autostrade del mare come il Passaggio a Nord-Ovest. Rotte che, come ha calcolato qualcuno, sono dal 30% al 50% più brevi di quelle tradizionali via Suez o Panama, con un risparmio di tempo stimato tra i 14 e i 20 giorni. Un sogno bagnato per ogni colosso delle spedizioni e una manna per tagliare le emissioni (e i costi).
La Groenlandia, in questo scenario, non è più un cul-de-sac ghiacciato, ma diventa il casello strategico al centro del mondo, un hub tra Eurasia e Nord America. E gli americani, da quelle parti, non sono esattamente dei novellini. La loro presenza militare risale alla Seconda Guerra Mondiale, quando occuparono l'isola per proteggerla dai nazisti. Poi, durante la Guerra Fredda, divenne un bastione anti-sovietico. Chi non ricorda la mitica base aerea di Thule, oggi Pituffik Space Base, un occhio elettronico puntato su Mosca a due passi dal Polo Nord? O i progetti folli e segretissimi come "Camp Century", una vera e propria "città sotto il ghiaccio" alimentata da un reattore nucleare, che doveva servire a nascondere missili balistici. Un progetto abbandonato, certo, ma che la dice lunga sull'interesse strategico di Washington per quel pezzo di mondo.
Insomma, l'offerta di Trump non è il delirio di un vecchio miliardario annoiato. È una mossa calcolata, un colpo da maestro che unisce la fame di risorse strategiche al controllo delle future vie del commercio globale, il tutto condito da una spruzzata di vecchia, cara paranoia militare. Del resto, come disse lo stesso The Donald con la sua consueta modestia: "Perché non dovremmo averla?". Una domanda che suona meno come un'interrogazione e più come il preludio a una scalata ostile. Con o senza il permesso della Danimarca. E chissà, magari tra un pozzo di petrolio e una miniera di lantanio, ci scappa pure il campo da golf a 18 buche più a nord del mondo. Per un "real estate deal" così, questo e altro.
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