Il Pensiero Unico è Servito: Benvenuti in Israele d’A-Mare, dove criticare è reato (e il dissenso un optional)
Il Pensiero Unico è Servito: Benvenuti in Israele d’A-Mare, dove criticare è reato (e il dissenso un optional)
Signore e signori, tenetevi forte perché il Truman Show in salsa tricolore sta per calare il suo sipario più audace. Mentre voi eravate distratti dal solito teatrino della politica, tra un balletto di poltrone e una supercazzola in diretta social, i nostri prodi legislatori hanno partorito il capolavoro: la legge contro l'antisemitismo. Applausi. Anzi, no. Perché dietro il nobile paravento della lotta a una piaga sacrosanta, si nasconde il solito vizietto italico: quello di mettere il bavaglio al pensiero. Un nuovo, scintillante tassello verso la censura del libero dissenso, impacchettato con un bel fiocco e venduto come progresso morale.
Diciamolo senza girarci intorno, con la delicatezza di un elefante in una cristalleria che tanto piace a Dagospia: questa non è una legge, è un'OPA ostile sulla libertà di parola. Il trucco, come sempre, sta nelle clausole scritte in piccolo, quelle che nessuno legge ma che ti fottono la vita. Il cuore pulsante del misfatto è l'adozione della controversa definizione di antisemitismo dell'IHRA (Alleanza internazionale per la memoria dell'Olocausto). Una formula talmente vaga e interpretabile da far sembrare il Vangelo un manuale d'istruzioni dell'Ikea.
Secondo questa illuminata "definizione operativa", che i nostri eroi in Parlamento vogliono trasformare in legge dello Stato, diventa "antisemita" non solo l'odio verso gli ebrei (e ci mancherebbe), ma anche, tenetevi forte, criticare lo Stato di Israele. Avete capito bene. Dire che le politiche del governo Netanyahu sono, per usare un eufemismo, "discutibili", potrebbe costarvi caro. Paragonarle a quelle di regimi, diciamo, "poco raccomandabili"? Apriti cielo. Sostenere che applicare a Israele standard diversi rispetto ad altri Paesi sia un'ipocrisia? Tac! Timbrato e bollato come antisemita. Un meccanismo perfetto, un "effetto chilling" come lo chiamano quelli bravi, che spinge la gente ad autocensurarsi per la paura di finire nel tritacarne mediatico-giudiziario.
È un'operazione che puzza di bruciato lontano un miglio, un tentativo maldestro di importare nel nostro già asfittico dibattito pubblico le paranoie di altre nazioni. Non è un caso che oltre 100 ONG, anche israeliane, abbiano lanciato l'allarme, sottolineando come questa definizione apra "la porta all'applicazione dell'etichetta di antisemita a chiunque si concentri sugli abusi israeliani". Ma si sa, i nostri politici sono più attenti ai sussurri delle lobby che alle grida della società civile.
E così, mentre il Partito Democratico si avvita su se stesso, con il ddl a firma Graziano Delrio che fa litigare le correnti interne e costringe a riscritture affannose per non sembrare troppo "repressivo", la destra gongola e spinge sull'acceleratore. Dal leghista Massimiliano Romeo al forzista Maurizio Gasparri, tutti in fila per intestarsi la paternità di questa "legge bavaglio", come l'hanno già battezzata le opposizioni più lucide.
Il pezzo forte del pacchetto, la ciliegina sulla torta avvelenata, è l'articolo che consente di negare l'autorizzazione a manifestazioni pubbliche "per ragioni di moralità". In pratica, se il questore di turno "valuta" un "grave rischio potenziale" che vengano usati slogan o simboli "antisemiti" (secondo la definizione-truffa dell'IHRA), può tranquillamente negare il permesso. Non si vieta un reato, si vieta un'intenzione. Si processa il pensiero prima ancora che diventi parola. Un capolavoro di censura preventiva che fa impallidire persino Minority Report.
Siamo alla follia pura, al cortocircuito logico e giuridico. Si prende una definizione non giuridica, nata come guida per monitorare un fenomeno, e la si trasforma in una clava per silenziare il dissenso politico. Una mossa che, come nota l'avvocato Angelo Greco, rischia di violare non solo l'articolo 21 della nostra bistrattata Costituzione sulla libertà di espressione, ma anche il principio di legalità, che esige leggi chiare e precise, non "percezioni" soggettive.
La cosa tragica è che, in nome della sacrosanta difesa della memoria dell'Olocausto, si sta costruendo un mostro che limiterà le libertà di tutti. Si comincia col vietare una critica a uno Stato estero, e domani? Domani potrebbe toccare a chi contesta le politiche europee, o il governo di turno. E in un attimo, senza nemmeno accorgercene, ci ritroveremo tutti più poveri, più silenziosi e, soprattutto, meno liberi. Benvenuti nella Repubblica fondata sulla censura.
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