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La Destra in Piena Crisi di Nervi: Tra il "Rischio" di un Venezuela a 5 Stelle e l'Immobiliare Artico di The Donald

Perchè la destra e in crisi con Donald tra venezuela e Groenlandia

La Destra in Piena Crisi di Nervi: Tra il "Rischio" di un Venezuela a 5 Stelle e l'Immobiliare Artico di The Donald

C'è del marcio in Danimarca, ma anche a Caracas e, a quanto pare, pure tra i corridoi dei palazzi della destra che conta. Un tempo bastava un "negro" (copyright Meloni, G., in un'altra epoca geologica) o un "pieni poteri" (copyright Salvini, M., idem) per compattare le fila e far ringalluzzire il popolo sovrano. Oggi, invece, il faro della destra mondiale, Donald J. Trump, ha deciso di giocare a Risiko con il mappamondo, mandando in cortocircuito i suoi più fedeli adepti da questa parte dell'Atlantico. La situazione è grave, ma non è seria. Anzi, è dannatamente divertente.

Mentre i nostri eroi nostrani si affannano a spiegare che l'uomo forte è l'unica soluzione, l'originale made in USA si è messo in testa di fare il branch manager del Venezuela e l'agente immobiliare in Groenlandia, creando un "pasticciaccio brutto" che nemmeno Gadda avrebbe saputo immaginare.

Operazione "Pizza e Fichi" a Caracas

Partiamo dal Sud America. Con un'azione degna del miglior film di Michael Bay, le forze speciali USA hanno prelevato il presidente Nicolás Maduro direttamente dal suo ufficio. Un'operazione, ci ha spiegato lo stesso Trump in una conferenza stampa da Mar-a-Lago, per "proteggere il popolo americano dal narco-traffico". E fin qui, l'elettore medio di Fratelli d'Italia potrebbe anche spellarsi le mani. Il problema è arrivato dopo, quando The Donald, con la nonchalance di chi ordina un cheeseburger, ha dichiarato: "Gestiremo il paese fino a quando non potremo effettuare una transizione sicura, adeguata e giudiziosa".

Avete capito bene. Non "libereremo il popolo", non "indirremo libere elezioni", ma "gestiremo il paese". In pratica, un commissariamento in stile Arcuri, ma con più petrolio e meno mascherine. Come riportato da più fonti, Trump ha subito messo le cose in chiaro: le grandi compagnie petrolifere americane andranno lì a "sistemare le infrastrutture fatiscenti" e a "fare soldi per il paese". Una sorta di Piano Marshall con le trivelle, dove il "generoso" liberatore si assicura che il malloppo, pardon, le "risorse strategiche", finiscano nelle mani giuste.

Immaginatevi la scena a Via della Scrofa. "Giorgia, ma allora che facciamo? Appoggiamo l'imperialismo a stelle e strisce? Non eravamo quelli di 'prima gli italiani'? O adesso è 'prima gli americani, ma solo se ci danno un po' di greggio'?" Il silenzio, come si suol dire, è assordante. Applaudire Trump significa avallare un'ingerenza che fa sembrare l'Unione Sovietica un club di educande, ma criticarlo equivarrebbe a un sacrilegio, una bestemmia contro il Messia arancione. Un bel dilemma per chi ha costruito una carriera politica sul sovranismo da operetta.

Groenlandia, l'Affare del Secolo (suo)

E se il Venezuela è un boccone amaro, la Groenlandia è il dessert che rischia di andare di traverso. Non è una novità che Trump veda l'isola più grande del mondo come un "grande affare immobiliare". Già durante il suo primo mandato, l'idea di comprarla dalla Danimarca aveva suscitato un misto di ilarità e sconcerto. Ma ora, come rivelano diverse testate, la Casa Bianca sta attivamente elaborando piani per l'acquisizione, considerando opzioni diplomatiche, economiche e persino militari. L'ossessione, a quanto pare, è tornata di moda, tanto che la moglie del vice capo di stato maggiore Stephen Miller ha postato su X una mappa della Groenlandia con la bandiera americana e la scritta "PRESTO".

La logica trumpiana è impeccabile: "Ne abbiamo bisogno per la difesa", ha dichiarato, menzionando navi russe e cinesi che, a detta sua, circonderebbero l'isola. Peccato che, come sottolinea il New York Magazine, questa sia una delle tante "fantasie" della sua politica estera. La reazione europea è stata, per usare un eufemismo, gelida. I leader di Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito, insieme ovviamente alla Danimarca, hanno firmato una dichiarazione congiunta per ricordare a Washington che "la Groenlandia appartiene al suo popolo". La premier danese Mette Frederiksen ha avvertito che un tentativo di annessione forzata segnerebbe "la fine della NATO".

E qui la nostra destra va in tilt. Come si può sostenere l'alleato americano che minaccia un partner NATO, mandando a carte quarantotto il principio della difesa collettiva su cui si è sempre basata la retorica atlantista? Come si spiega agli elettori che il grande difensore dell'Occidente tratta gli alleati come pedine di un Monopoli planetario? Il risultato è un imbarazzante silenzio, interrotto solo da qualche timido balbettio sulla "necessità di dialogo".

La "Dottrina Donroe": Prima l'America, il Resto si Fotta

Quello a cui stiamo assistendo, come hanno già battezzato alcuni analisti, è l'applicazione della "Dottrina Donroe", una versione anabolizzata della vecchia Dottrina Monroe che rivendica il dominio americano sull'emisfero occidentale. Una politica dell'"America First" che, come nota la critica, si traduce sempre più in "America Alone". Una dottrina che, secondo l'ex ambasciatore canadese all'ONU, Bob Rae, mette "sul menù" anche alleati storici come il Canada.

La crisi della destra italiana (ed europea) è tutta qui: ha importato un modello, quello trumpiano, senza capirne la vera natura. Pensava di cavalcare un'onda di sano nazionalismo e si ritrova a dover giustificare un imperialismo spregiudicato che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno agli amici. Sognavano un mondo di patrie sovrane e si ritrovano con un "padrone" che vuole decidere chi gestisce cosa, dal petrolio venezuelano ai ghiacciai groenlandesi.

E mentre The Donald gioca al cowboy, i suoi fan in Europa sono costretti a un penoso equilibrismo, sperando che nessuno si accorga che il re, oltre a essere nudo, ha anche messo un'ipoteca sulla casa dei vicini. Povera destra, così lontana da Dio e così pericolosamente vicina a Donald Trump.


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