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Operazione "Libertad & Petrolio": Trump si traveste da Bolivar e rapisce Maduro

Donald attacca il venezuela e rapisce Maduro, come mai gli usa ci tengono tanto a riportare la democrazia in un paese pieno di risorse come il petrolio

Operazione "Libertad & Petrolio": Trump si traveste da Bolivar e rapisce Maduro. Missione (quasi) compiuta.

Squillino le trombe, rullino i tamburi del Pentagono e si stappino le bottiglie quelle buone, non il petrolio grezzo che tanto piace ai nostri amici a stelle e strisce. Donald "The Donald" Trump, nel suo ultimo colpo di teatro che fa sembrare il Papeete un aperitivo da educande, ha deciso di risolvere la questione venezuelana con un blitz degno di un film di Michael Bay. Fonti vicine al nostro sito, che preferiamo mantenere anonime per non farle finire in un resort a Guantanamo, parlano di un'operazione notturna in cui un Trump, tinto di biondo platino e con un sigaro cubano (l'ironia è morta, ma il suo fantasma se la ride), avrebbe personalmente prelevato Nicolás Maduro dal palazzo di Miraflores. Il tutto, ovviamente, per "esportare la democrazia".

La notizia, che rimbalza sui media internazionali con la stessa grazia di un elefante in una cristalleria, ha del grottesco. Mentre il mondo si interrogava sulle prossime mosse dell'ex (o futuro?) presidente, lui pianificava il sequestro dell'anno. La motivazione ufficiale, sbandierata ai quattro venti con un tweet delle tre di notte scritto in un maiuscolo rabbioso, è sempre la stessa: riportare la libertà in un paese oppresso da un "dittatore cattivissimo". Un copione già visto, un B-movie della politica estera americana che però, chissà come mai, viene sempre girato in nazioni con sottosuoli particolarmente... interessanti.

E qui, signori, casca l'asino, o meglio, la pompa di benzina. Perché a voler essere maliziosi, e noi di questo campiamo, viene da chiedersi come mai questa irrefrenabile passione per i diritti umani si accenda sempre in corrispondenza di giacimenti petroliferi da capogiro. Il Venezuela, come ci ricorda l'autorevole Council on Foreign Relations, siede letteralmente sulla più grande riserva di petrolio al mondo. Una robetta da far venire l'acquolina in bocca a chiunque pensi che il futuro sia ancora fatto di motori a scoppio e SUV grandi come monolocali.

L'amministrazione americana, da anni, non fa che ripetere il mantra della "crisi umanitaria" e della "necessità di un cambio di regime". E per carità, nessuno nega che la situazione a Caracas sia tutt'altro che rosea, con un'inflazione che fa sembrare la nostra una bazzecola e una crisi sociale che, come documentato anche da testate come la BBC, ha spinto milioni di persone a lasciare il paese. Ma è il tempismo, la selettività di questo amore per la democrazia, a farci drizzare le antenne.

Mentre Maduro viene caricato su un aereo cargo con destinazione segreta (si parla di un reality show a Mar-a-Lago dal titolo "The Dictator's Apprentice"), il mondo si divide. C'è chi applaude, chi grida all'ingerenza e chi, come noi, si gode lo spettacolo con un secchiello di popcorn in mano. Perché, in fondo, la geopolitica non è altro che questo: un grande, caotico e spietato reality show. E in questa puntata, il produttore esecutivo ha deciso di regalarci un colpo di scena che nemmeno a Hollywood.

Resta solo da vedere chi sarà il prossimo fortunato a ricevere una dose massiccia di "democrazia" a domicilio. I candidati non mancano. Basta scorrere la lista dei paesi con le maggiori riserve di materie prime e incrociarla con quella dei governi non proprio allineati con Washington. Il risultato è una mappa del tesoro che farebbe la gioia di ogni pirata. O di ogni presidente americano con un debole per le soluzioni... "energetiche". Stay tuned.

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