ORO NERO E CAPELLI D'ORO: LA SCONCIA PASSIONE DI TRUMP PER IL PETROLIO PESANTE (CHE FA BENE SOLO A LUI)
Signore e signori, tenetevi forte ai vostri filtri Instagram perché la realtà, come al solito, supera di gran lunga la più sfrenata delle fanfiction. Immaginate la scena: una stanza opulenta a Mar-a-Lago, l'aria viziata dall'odore di soldi e lacca per capelli, e The Donald che, con la sua tipica finezza da venditore di auto usate, offre un "accordo" a una ventina di boss dell'industria petrolifera. Il piatto è ricco: un miliardo di dollari per la sua campagna elettorale. E in cambio? La promessa di smantellare ogni singola, fastidiosa, ambientalista regolamentazione di Joe Biden fin dal "primo giorno". Una svendita totale del pianeta, in pratica. A riportare questo quadretto edificante non è un fumetto della Marvel, ma l'autorevole Washington Post.
Ma perché tanto accanimento? Perché questo desiderio quasi carnale per il fossile? La risposta, miei cari lettori un po' cinici e un po' social, sta in una parola tanto brutta quanto cruciale: "pesante". No, non è un commento sulla digestione dopo un pranzo con Trump, ma si riferisce al petrolio greggio pesante.
Cos'è questa roba, vi chiederete? Dimenticate il petrolio che sgorga facile e leggero come uno spritz all'ora dell'aperitivo. Il petrolio pesante è una melma densa, viscosa, quasi catramosa, che non fluisce facilmente. È definito "pesante" proprio perché la sua densità è superiore a quella del greggio leggero. Pensatela come la differenza tra l'aceto balsamico di Modena e la melassa: uno scorre che è un piacere, l'altro ha bisogno di una spintarella. Questa "gunk", come la chiamano gli addetti ai lavori, è piena di impurità come zolfo e metalli pesanti, il che la rende più complessa e costosa da raffinare.
E qui scatta il paradosso a stelle e strisce. Gli Stati Uniti, grazie al boom dello shale oil, sono i più grandi produttori di petrolio al mondo, ma estraggono principalmente greggio "leggero e dolce" (light sweet crude). Peccato che, come rivela l'American Fuel & Petrochemical Manufacturers (AFPM), quasi il 70% della capacità di raffinazione statunitense sia ottimizzata per lavorare in modo efficiente con il greggio più pesante. Le raffinerie della Gulf Coast, in Texas e Louisiana, sono state costruite decenni fa, in un'era in cui il petrolio leggero scarseggiava e si investì pesantemente per poter processare il greggio più "sporco" e allora più abbondante, proveniente da Paesi come Canada, Messico e, rullo di tamburi, Venezuela.
Riconfigurare queste cattedrali industriali per processare solo il petrolio leggero "Made in USA" costerebbe miliardi di dollari e richiederebbe decenni tra permessi e lavori. Un'eresia per chi ragiona in termini di profitto immediato. Ed è qui che il nostro uomo dal ciuffo d'oro entra in scena a gamba tesa.
Il Vangelo secondo Donald: "Drill, Baby, Drill!"
La strategia di Trump è semplice, quasi brutale: trivellare. Ovunque. Comunque. Ha promesso ai suoi munifici amici petrolieri di riaprire le trivellazioni nel Golfo del Messico, di dare il via libera in aree protette dell'Artico e di cancellare le norme sulle emissioni delle auto. Un "liberi tutti" energetico che fa godere i bilanci di Chevron, Exxon e soci, gli stessi che, secondo Politico, si stavano già scrivendo da soli gli ordini esecutivi da fargli firmare una volta tornato nello Studio Ovale.
L'ossessione per il petrolio pesante spiega anche il suo strano feticismo per il Venezuela. Quel Paese, ridotto alla fame da una crisi senza fine, galleggia sulle più grandi riserve di greggio pesante del mondo. Le raffinerie americane sulla costa del Golfo sono state progettate proprio per quel tipo di petrolio. Ecco perché, nonostante le sanzioni, a Chevron è stato concesso per un periodo di continuare a operare lì, in un accordo che puzzava di realpolitik lontano un miglio. Trump non ha mai nascosto il suo pensiero: far collassare il Venezuela per poi "prendersi il petrolio".
Non si tratta di indipendenza energetica, quella è la foglia di fico per gli elettori. Si tratta di un mismatch industriale: l'America produce un petrolio che le sue stesse raffinerie faticano a usare in modo ottimale, e ha una fame atavica di quella roba densa e sporca che si trova altrove. Trump, da consumato affarista, ha capito che soddisfare questa fame è il modo più rapido per ingraziarsi un'industria che, come riportato da più fonti, ha risposto al suo appello del "miliardo di dollari" con donazioni milionarie.
Quindi, la prossima volta che sentirete The Donald urlare "Drill, baby, drill!", sappiate che non sta solo parlando di trivelle. Sta parlando di un amore tossico per la melma nera, di un "accordo" indecente siglato a Mar-a-Lago e della volontà di vendere il futuro climatico del pianeta per un barile di greggio pesante. E, naturalmente, per un miliardo di buone ragioni.
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