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Paghiamo noi il conto del "capitano"! mentre il governo gioca a battaglia navale

Revoca del fermo alla Sea Watch 5 e maxi risarcimento alla nave di Carola Rakete: dove sta la ragione delle Ongperchè la politica italiana non è ingrado di ammettere che non conosce le regole del diritto


Paghiamo noi il conto del "capitano"! mentre il governo gioca a battaglia navale, le ong incassano (con ricevuta fiscale)

C’è un suono meraviglioso che risuona nei corridoi dei tribunali italiani in queste ore. Non è il martelletto del giudice, e nemmeno il tintinnio delle manette tanto caro ai nostri sceriffi da tastiera. È il suono del registratore di cassa. Ka-ching!

Avete presente la Sea Watch 5? Quella nave che il governo aveva messo in castigo dietro la lavagna, rea di aver salvato troppe vite senza chiedere "per favore" al Viminale? Bene, il Tribunale Civile (quello di Ragusa o Brindisi, a seconda dell'ultimo porto dove l'abbiamo parcheggiata per dispetto) ha appena stracciato il provvedimento di fermo amministrativo. Come riportano le cronache giudiziarie di queste ore e come confermato dalle agenzie che i nostri ministri fingono di non leggere – i giudici hanno stabilito un concetto rivoluzionario, quasi esoterico: salvare vite non è un optional, è un obbligo.

Ma la vera ciliegina sulla torta, quella che fa andare di traverso il mojito, riguarda la "Nemica Pubblica Numero Uno": Carola Rackete. Ricordate? La "sbruffoncella", la "criminale", quella che secondo la narrazione sovranista doveva finire ai lavori forzati. Ebbene, dopo che la Corte di Cassazione (sentenza n. 3527/2024, per chi volesse farsi una cultura) aveva già stabilito che il suo agire era legittimo adempimento del dovere, ora arriva il conto. Un maxi-risarcimento per il fermo illegittimo della nave.

Siamo di fronte al paradosso supremo: le Ong non vincono perché sono simpatiche. Vincono perché sanno leggere. La politica italiana, invece, soffre di una forma acuta di analfabetismo giuridico. Soffre della Sindrome del Vigile Urbano di Fantozzi: fischia, si agita, scrive multe su carta da formaggio, ma ignora che sopra il Codice della Strada di Piantedosi c’è una cosa noiosissima chiamata Diritto Internazionale.

Quando il Tribunale civile (come accaduto recentemente a Crotone e Brindisi, fonti alla mano) annulla i fermi, lo fa citando la Convenzione di Amburgo (SAR) e la Convenzione UNCLOS. Roba firmata anche dall'Italia, non volantini del centro sociale. Il governo scrive decreti che dicono: "Se salvi un naufrago, devi correre a Ravenna senza fermarti, anche se ne vedi altri dieci che affogano". Il giudice apre il codice e legge: "Se vedi gente che affoga, li prendi tutti. Punto".

Risultato? Il decreto del governo vale quanto una banconota del Monopoli al casinò di Montecarlo. È la Caporetto dei legulei di Palazzo Chigi. Ogni volta che una nave viene bloccata per il "Decreto Piantedosi", parte il ricorso. E ogni volta che parte il ricorso, lo Stato perde. E quando lo Stato perde, paga le spese legali. E indovinate di chi sono quei soldi? Spoiler: non escono dalle tasche di chi faceva le dirette Facebook urlando "chiudiamo i porti", ma dalle nostre.

È uno spettacolo grottesco tra Dagospia e un manuale di diritto costituzionale. Da una parte abbiamo le Ong tedesche che, piaccia o no, si presentano con avvocati che conoscono la gerarchia delle fonti; dall'altra abbiamo un esecutivo che sembra guidato da uno studente di Giurisprudenza fuoricorso che non ha mai passato l'esame di Diritto Internazionale perché "il professore è comunista".

La verità, nuda e cruda come un reportage di Rolling Stone, è che la politica italiana usa i fermi amministrativi non come strumenti giuridici, ma come spot elettorali. Sanno che perderanno in tribunale tra sei mesi, ma intanto oggi fanno il titolo sul TG. Il problema è che lo spot lo paghiamo noi, con gli interessi e le spese processuali versate direttamente sui conti correnti di quelle stesse Ong che volevano affondare.

Quindi, un applauso ai nostri strateghi. Volevano fermare Carola Rackete, l'hanno trasformata in un'azionista di maggioranza del bilancio statale. Chapeau.


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